Storia del Teatro Belluno


“L’edificio commesso alle cure della Commissione eletta nella tornata del 18 novembre 1832, ed incominciato nel maggio 1833 è ormai compiuto nella parte esteriore, e risplende di tanta bellezza, che ne rimane vinta l’aspettazione di questa e delle città vicine …”

Belluno, dicembre 1834
Presidente Società del Teatro
Gianbattista Zanini


Stile architettonico

 Costruito in stile neoclassico su disegno di Giuseppe Segusini (Feltre, 15 luglio 1801 – Belluno, 29 marzo 1876 architetto e urbanista italiano) tra il 1833 e il 1835, demolendo l’antico Fondaco delle biade, di misure molto minori. La facciata si ricollega ad altre opere che si trovano in Veneto e in Austria. Segusini applicò nella progettazione la sua concezione dello stile neoclassico: facciata impostata su quattro poderose colonne, reggenti la parte alta dell’edificio come fosse un grande architrave; avanzamento dello zoccolo di base con due leoni rappresentanti la musica e la poesia, e gradinata poco pronunciata ma che facilita l’approccio all’atrio, con una soluzione che richiama molte ville venete; attico superiore con quattro statue dello scultore Antonio Canova, richiamo settecentesco, pur esso del resto in sintonia con la classicità.

Storia del Teatro Comunale

estratta dall'introduzione del libretto di sala della
“Serata d'inaugurazione dell'edificio ricostruito”
29 Ottobre 1949 - Beniamino Dal Fabbro

 Un teatro ci può dir molto d’una città e delle persone che vi convengono, come dei tempi in cui fu edificato …. come il teatro di Belluno non è arbitrario immaginarlo o addirittura definirlo un grande strumento di musica. Ora come il violino fu nello stesso tempo causa ed effetto del primo trasferimento strumentale della lirica monodica, come il clavicembalo fu origine e risultato del sonatismo di Couperin e di Scarlatti, come il pianoforte similmente lo fu della propria letteratura, come l’orchestra del sinfonismo ottocentesco, come ogni strumento, insomma, ha dettato ai compositori e da essi ha subito, per via di una progressiva scoperta, le leggi e i caratteri della sua musica, aggiungiamo che il teatro di cui si parla, fu soprattutto lo “strumento” del Melodramma.

Gli impresari commettevano i melodrammi ai maestri; i maestri si procuravano i “poeti” per il libretto; impresari, maestri e “poeti” si mettevano laboriosamente d’accordo sulla scelta dei cantanti. Le cose procedevano con criteri empirici, a seconda dei valori creativi ed interpretativi che via via s’imponevano sul “mercato teatrale”. Per gli impresari l’arte del Melodramma era un’industria, e un’industria che dava guadagni, che poteva vivere di se stessa. E di questa industria hanno vissuto musicisti maggiori e minori, cantanti, suonatori, ballerini, scenografi, librettisti, macchinisti e tutti quanti hanno collaborato a far muove la la gran macchina del Melodramma.

 In una storia del Melodramma in Italia, una storia particolare del Melodramma in una città come Belluno non può che coincidere che con quella dell’edificio in cui ebbero sede gli spettacoli. Dai documenti a cui ci fu possibile accedere, una prima fase di tali spettacoli si svolse, nel sessantennio tra il 1770 e il 1832, nel teatro ricavato, sin dai primi del seicento, in una sala del palazzo in cui si adunava il Consiglio dei Nobili della città di Belluno. Allora, i consiglieri erano stati autorizzati a erigere, a proprie spese, palchetti o loggie nel “Nobile Teatro di Belluno” come appunto fu chiamato, o “Teatro della Caminada”. Nel periodo indicato, a cavaliere dei due secoli, ma ancora prevalentemente settecentesco, Rossini fa la parte del leone con undici opere, tra cui Il Barbiere di Siviglia, L’italiana in Algeri, La gazza ladra e Semiramide, seguito da Cimarosa con quattro opere, tra cui Il matrimonio segreto, e da Paisiello con tre opere, tra cui La serva padrona, ripresa in due diverse stagioni. Inoltre meritano di essere ricordate, sebbene a noi non ne sia arrivato che il ricordo, opere come Il filosofo di campagna di Baldassarre Galuppi, Donna Caritea di Mercadante, Gli Arabi nelle Gallie di Pacini e Don Chisciotte della Mancia di Antonio Miari.

Un manifesto del 1819 ci apprende che l’orchestra era formata di “varj Professori forestieri e Dilettanti del Pese”.

 Veramente il Consiglio dei Nobili decadde insieme con gli ordinamenti  della Repubblica Serenissima; e nel 1814 i proprietari di palchetti nel “Teatro della Caminada”, come ormai si preferiva chiamarlo, si costituiva in Società, impegnandosi a versare un canone annuo al Comune, quale riconoscimento dei suoi diritti sul sito e sulla fabbrica del Teatro. … E accadde che il bel Palazzo della Caminada fu condannato alla demolizione, e che con successivi deliberati del settembre 1816, del febbraio 1820 e del dicembre 1832 la Congregazione Municipale di Belluno cedesse alla Società del Teatro l’edificio in cui aveva avuto sede il Fondaco delle Biade, allo scopo che su questo terreno fosse costruito un nuovo teatro.

 Effettivamente l’architetto Segusini, sebbene il Comune avesse accordato alla Società del Teatro di coprire con nuovo edificio una area maggiore di quella occupata dal Fondaco delle Biade, si preoccupò più della “parte esteriore”, ossia della facciata, cui non si nega un suo neoclassico prestigio monumentale, che non d’una delle esigenze d’un edificio teatrale, ossia del palcoscenico. Fu questo l’irrimediabile difetto d’origine del Teatro Sociale, sacrificato tra la piccola ma armoniosa sala e la retrostante, angusta via Cipro, più adatta gli agguati che non alla trionfale accoglienza degli artisti che lasciano il Teatro dopo la recita, infatti in tempi vicini a noi, un tenore non impeccabile, reo di leso bel canto, fu assalito da una piccola ma decisa turba di melòmani inferociti … Col Teatro Sociale, che fu inaugurato nel 1835, comincia una seconda fase di spettacoli di Melodramma, non soltanto, ma anche di Commedia e di Tragedia: una duplice destinazione dell’edificio alludevano, sulla facciata, le due sculture del Veneziano Zandomeneghi, Orfeo e Prometeo, e ai lati della scalea esterna i due leoni accosciati, di cui l’uno stringeva tra le zampe una cetra e l’altro una maschera tragica.

 L’opera che inaugurò il Teatro Sociale, ossia la Norma di Bellini, non fu soltanto di scelta felicissima; essa dà la misura dei mutati gusti musicali, e impronta di se stessa tutto il il successivo ottantennio, dal 1835 al 1914. Siamo ormai in pieno Romanticismo, in pieno Ottocento; il melodramma del Settecento è messo quasi in disparte, si vive di musica contemporanea, come si vive di passioni contemporanee, di speranze patrie.

  Il Matrimonio segreto di Cimarosa e la Serva padrona di Paisiello ricomparivano una sola volta, e Rossini, con tre opere rappresentate, deve cedere ormai davanti alle quatto opere di Bellini, alle quattordici del “Maestro Cavalier Donizetti” e alle undici del “Maestro Cavalier Verdi”, come si leggeva sui manifesti. Di Bellini, oltre alla Norma, troviamo negli elenchi i Capuleti e i Montecchi, la Sonnambula e Beatrice di Tenda, che in Belluno dovette riscuotere un gran favore, se fu ripresa per tre volte. Il trionfatore nel Teatro Sociale fu tuttavia Donizetti: Elisir d’amore, Lucia di Lammermoor, Don Pasquale, La Favorita, ossi le sue opere migliori, invogliato a mettere in scena molte altre in cui l’ispirato compositore bergamasco non è che un ingegnoso feuilletoniste musicale. Anche a Belluno, Donizetti ha guidato il gusto del pubblico e degli amatori da Bellini a Verdi; quattro riprese di Ernani, due dei Due Foscari, del Trovatore e del Rigoletto, e inoltre I Lombardi alla prima Crociata, La Traviata, Un ballo in maschera, I Masnadieri, Attila, Aida, La forza del destino, dimostrano, compatibilmente con i mezzi offerti dal Teatro e dalla città, con quale interesse sia stato seguìto il lungo lavoro di uno dei nostri maggiori ingegni melodrammatici.

Verso la fine dell’Ottocento arrivarono anche a Belluno i melodrammi della cosidetta “scuola verista”: Cavalleria Rusticana (Mascagni) e Pagliacci (Leoncavallo) nel 1898, … La Bohème (Puccini) nel 1899. Seguirono Manon Lescaut (Puccini) nel 1901 e l’Amico Fritz (Mascagni) nel 1908. Ma dopo il Faust di Gounod, dato nel 1911, nel 1914, un anno prima che il Teatro Soicale fosse chiuso, si era tornati alla antiche predilezioni, ossia a Donizetti, di cui furono rappresentate ben quattro opere.

 Gli spettacoli, alle memorie che se ne hanno, furono sovente buoni frequentatori con assiduità dalla cittadinanza. Agli artisti non mancarono applausi, fiori e  Sonetti, che si pubblicavano a cura della Presidenza della Società del Teatro. Quanto a suonatori, com’era accaduto nel Teatro della Caminada, i professionisti e i dilettanti di Belluno collaborarono sovente con gli artisti forestieri; al riguardo, è interessante conoscere, da un avviso del 1838, che presso il Teatro Sociale era aperta “la insinuazione di que’ giovani che aspirassero alla scuola gratuita i violino”.

 Con il 1915 il Teatro Sociale fu requisito dai Comandi Militari … dal 1915 al 1921 la guerra, l’invasione tedesca, con la carestia che le si accompagnò, esclusero ogni sorta di spettacolo teatrale. …  Sino al 1915 i melodrammi si erano alternati, sì, a spettacoli d’ogni genere, d’arte drammatica, d’arte varia, d’illusionismo, ad accademie di musica e di canto, e persino a veglioni e a cavalchine carnovalesche; ma bastavano quei due o tre spettacoli d’opera all’anno per richiamare il Teatro alla sua primitiva destinazione, al suo uso più desiderato in città e nella regione.

Nel 1921 in poi, per alcuni anni il Teatro Sociale, tra un avvicendamento di compagnie di prosa, in gran parte dialettale, e d’operette sempre più avviate al nascente genere della “rivista”, ospitò qualche spettacolo melodrammatico, ma sempre più di rado, e in edizioni sovente al disotto d’un minimo decoro interpretativo. …. Il Teatro Sociale decadeva di stagione in stagione dal suo impegno verso la cittadinanza, e l’edificio stesso, invecchiato e mal adoperato, sembrava volesse denunciare, anche soltanto con il suo aspetto, che si era rinunciato ai suoi scopi migliori per servirsene come d’un qualunque  locale di spettacolo. Soltanto le recite della Filarmonica Bellunese, tra il 1921 e il 1936, risollevarono ogni tanto, con l’impegno degli attori e la scelta delle commedie, le sorti dell’avvilito palcoscenico. Nessuno si meravigliò quanto finalmente se seppe che nel Teatro Sociale si sarebbero dato soltanto spettacoli cinematografici. Una tale situazione non fece altro che peggiorare lo stato dell’edificio; e i due leoni della scalea, tutti burchiellati e crepati dal gelo, sebbene ricoperti d’inverno da una specie di bara, furono il simbolo dell’abbandono in cui era lasciato il Teatro …

 Ora, il bel canto e la buona musica hanno sempre preservato i teatri, li hanno stagionati come violini d’autore, che migliorano con gli anni; la retorica, invece, quanto più è bolsa e nefasta, tanto più fa marcire gli edifici in cui si espande come un’acqua corrosiva. E un’altra tremenda guerra dovette esser superata prima che saggezza di Amministratori e fattivo interessamento di Cittadini potessero restituire alla città di Belluno il suo Teatro.

 Il vecchio e glorioso Teatro Sociale si continua e rivive nel Teatro Municipale, interamente rifatto nell’interno e disciplinato da ordinamenti ispirati all’odierno costume democratico… Demoliti i palchi, disciolta la Società del Teatro, che si riferiva nella sua struttura a tempi ormai superati, due comode gallerie si offrono oggi a un pubblico non tanto preoccupato di se stesso e dei propri abiti, quanto di quello che si svolge sul palcoscenico.

 E ora, una volta fatti, bene o male, i conti col passato, ci troviamo a questa sera del 29 ottobre 1949, che è di festa per la città e per la provincia. …. s’inaugura un edificio teatrale, che è segno di pace, di civiltà, di tranquille abitudini, d’onesto svago. … il lavoro attuale supera i caratteri di un restauro per avvicinarsi a quelli d’una completa ricostruzione, si che l’edificio del Segusini “com’era e dov’era”, con la sua pianta rispettata, con i suoi muri maestri non rimossi, contiene le ragioni del sentimento e quello della pratica.

 Amico Lettore, che forse ti sei indugiato a sfogliare queste pagine in attesa che si levi il sipario sulla Traviata, non vogliamo sottrarti più a lungo la consolazione di guardare, intorno a te, la elegante sala del Teatro Municipale, d’un gusto affatto moderno, ma non in contrasto con le sue strutture neoclassiche, e il lieto pubblico che la riempie. … D’altronde, o Lettore, se hai perduto il transitorio privilegio di aver vent’anni, pensa a quelli che ancora lo possiedono e che se trovano stasera in questo Teatro ad ascoltare la Traviata per la prima volta “dal vero” …. pensa ai giovani che si accosteranno alla generosa anima di Giuseppe Verdi, che intenderanno la sua appassionata polemica, tuttora attuale,a favore della vita e dei sentimenti contro le convenzioni sociali, e che se porteranno via seco nella notte prealpina, rincasando per le vie della città, o riguadagnando in corriera i paesi vicini, una fresca, immediata nozione della musica insieme con canto d’amore e di morte di Violetta.

Belluno, 29 Ottobre 1949

                                                                                                          Beniamino Dal Fabbro

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